Elogio al silenzio

Mentre Alice e Rebecca (le mie piccole gemelle di 2 anni e mezzo) sono impegnate a fare l’inventario delle nostre padelle e dei relativi coperchi (potete immaginare il baccano che fanno :)), ce la metto tutta per scrivere qualche riga. ‘’Qualcuno pensa che sia infelice, ma non lo sono. Semplicemente apprezzo il silenzio in un mondo che non smette mai di parlare’’: questo post di un caro amico mi ha dato l’inspirazione per il mio prossimo scritto.

Passiamo la vita nel rumore: traffico, mezzi pubblici, cellulari, TV, radio, bambini urlanti di disperazione e infinite parole (nostre e) di chi ci sta attorno. Se non possiamo spegnere i suoni che ci circondano, almeno possiamo far caso alle parole che esprimiamo. Avete mai fatto caso a quante parole vengono sprecate? A quanti discorsi inutili vengono fatti? Ci serve davvero parlare così tanto?

Il mio è un invito a ridare valore al silenzio. La pausa estiva può essere una meravigliosa occasione per sperimentare la magia del silenzio e cercare di portarla con sé con la ripresa dalle ferie. Invece di stordire noi stessi e chi ci sta attorno con pensieri e parole, proviamo a resistere alla tentazione di parlare e proviamo ad ascoltare ciò che ci circonda. Può essere una fantastica forma di meditazione che regala profonda pace e tranquillità, anche se siamo in compagnia.

Prima di tutto, creiamo silenzio dentro noi stessi: è essenziale prendere consapevolezza dei pensieri che si aggirano continuamente nella nostra mente e placarli. Il secondo passo è non spendere inutili parole con gli altri raccontando fatti e vicende che spesso rispondono solo al nostro bisogno di lamentela e critiche esterne. Proviamo a trascorrere del tempo semplicemente in silenzio, nella quiete, ascoltando ciò che ci circonda e portando l’attenzione davvero a ciò che stiamo facendo, a come ci muoviamo, a come respiriamo. Facciamo questo anche se ci troviamo in compagnia: può essere un meraviglioso esercizio di meditazione da fare con chi condivide del tempo con noi. Avremo tempo per raccontarci faccende e vicissitudini varie (o magari ci accorgeremo che non erano poi così importanti da essere raccontate) e potremo riscoprire l’immenso valore di uno sguardo, una carezza, un sorriso. Non abbiamo bisogno di parole per esprimere l’Amore.

E poi viene il valore dell’ascolto. A proposito, amo molto le parole di un maestro Zen:

‘’Come posso sperimentare il mio essere tutt’uno con la creazione?’’

‘’Ascoltando’’ rispose il Maestro.

‘’E come debbo ascoltare?’’

‘’Diventa un orecchio che presta ascolto a ogni singola cosa che l’universo esprime. Dal momento in cui senti qualcosa che tu stesso stai dicendo, smetti d’ascoltare’’.

Per poter udire si deve imparare ad ascoltare, e per cominciare ad ascoltare si deve essere tranquilli: senza tranquillità, non può esistere spazio per ricevere. Un requisito essenziale per trovare la pace interiore consiste nel perfezionare la capacità di ascoltare i suoni intorno a noi. Una volta affinato l’ascolto esterno, possiamo rivolgerci all’interno. Così ci possiamo esercitare con Pratyahara: il ritiro dei sensi verso l’interno, escludendo quando più possibile visioni e suoni esterni.

Sedetevi comodi , con la schiena dritta e chiudete gli occhi. Rilassate tutto il corpo, compreso il viso. Restare immobili senza fare altro: limitatevi ad ascoltare. Provate a limitarvi ad assistere ai suoni esterni, senza definirli e senza conferire loro una qualità positiva o negativa: lasciateli suonare. Ascoltare il ticchettio dell’orologio, il traffico della strada, il suono nella stanza accanto, senza bloccare nulla fuori di voi. Lasciate semplicemente che tutti i suoni passino attraverso il corpo e la mente. Continuate così per qualche minuto. Ora potete passare all’ascolto interno: portate la vostra presenza e consapevolezza al vostro respiro e ripetete mentalmente il mantra So Ham: So mentre inspirate e Ham mentre espirate naturalmente dal naso.

Mi piace concludere con le parole di Sharon Gannon: ‘’Ascoltare significare essere ricettivi: la ricettività è molto importante per lo yogi, perché l’illuminazione non è qualcosa che si può catturare, ma viene ricevuta. Il Samadhi non si ottiene con lo sforzo: è un dono spontaneo che arriva quando l’anima è pronta a riceverlo. ‘’